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    July 14

    Il Labirinto

    Il mondo, nella sua accezione più vasta e formidabile (lat) non è che un immenso labirinto senza uscita.

    Dalle tranquille vie di paese, fino agli angusti e affollati quartieri di Soho, dai prati scozzesi all’asfalto incandescente delle arterie viatiche  planetarie, dalle porte nascoste fra le rovine ai boschi intricati della Germania, dalle roulotte dei nomadi agli attici di Via Montenapoleone, dalle borse di Prada ai cestelli di vimini, dalle villette a schiera ai giardini pubblici, dalle università alle fabbriche, dalle nursery ai cimiteri, tutto, ogni via, ogni angolo, ogni movimento, ogni sospiro è parte del labirinto.

    Un intricato e senza via d’uscita, indecifrabile rompicapo; e non esiste alcuna mappa, alcun premio, alcun tesoro, esiste solo il piacere della scoperta del luogo nel quale l’ennesimo svincolo conduca.

    Ora i nonluoghi, sempre loro (a costo di divenire ripetitivo, ma essi ritornano anche in questo caso), essi sono luoghi di transito nei quali fermarsi ad osservare, cercando di comprendere il fluire eterno ed inesorabile, il rumore di fondo (non solo di certa critica francese passata, non solo del Blanchot di Leonetti, ma anche di riviste giornali radio televisioni cinema parole parole parole, voci continue, un immenso e sterminato oceano di rumore che ci avvolge come un magma – amniotico prenatale e ci mantiene in un limbo pre-cosciente, pre-freudiano per così dire, un nonluogo della coscienza).

    Il mio sguardo è ora verso un libro interessante di Queneau (il titolo è superfluo). Perché? In esso gli intrecci sono più importanti della continuità narrativa. Abbinerei ad esso un film: Stalker di Tarkovskij.

    L’abbinamento forse potrà apparire forzato o quantomeno in procinto d’esser forzoso, ma, anyway, accosterò comunque, dato che forzato non è.

    Intrecci, appunto, di tempo e di spazio nel libro, tutti mentali e legati all’Esser-ci nel mondo (anche se il luogo nel quale si svolge l’azione, la scenografia, per così dire, lo sfondo, è piuttosto una bolla di luce al plutonio, un oltremondo, una pausa riflessiva presa dal mondo (una resa al labirinto? E sia pure così, non importa hic et nunc). Intrecci e connessioni di nessi che nascondo nugoli di nodi irrisolti, vere e proprie maledizioni dell’essere, una sorta di congelamento del fiume eracliteo, un evento straordinario ma non impossibile. La zona, e di zona si tratterebbe di parlare anche riguardo a Queneau (anche se in esso la Zona[1] è il mondo) poiché nel romanzo, annullata la normale connessione spazio-temporale, i raccordi fra un’inquadratura e l’altra (come dire fra una sequenza narrativa ed un’altra) vengono fatti su qualcosa di aleatorio (etimologicamente parlando, o meglio, derivativamente parlando, dato che deriva da |alea|) di incerto, una sorta di non-sense più Gaarderiano che Robbegrilletiano (dato anche che io non credo nella mancanza di senso di Robbe-Grillet, anzi…) quindi un non senso che un senso vuole averlo ma che è tutto in un altro mondo, in un altro insieme di categorie che restano ai margini della percepibilità cosciente-razionale (si dica che sono più per la conoscenza istintivo-beatnickiana? Si dica pure e lo accetto, ma si dica anche, per onestà intellettuale, che non vi è nulla sulla terra che sia vicino alla perfezione quanto la matematica). Quindi se in entrambe le opere si parla di similarità e contemporanea diversità fra gli scenari di fondo, se in entrambe si parla di non-sense, la differenza è proprio nel significato, nel senso del non-senso. Nel romanzo lo abbiamo visto; nel film il non-senso si esplica in un raccoglimento interiore dell’esperienza che altro non è che un ritorno da un invasamento[2] che non comporta un accrescimento della conoscenza dell’io o del super-io, ma forse solo una più diretta palpabilità dell’esistenza di un Es, di un sostrato istintuale ineliminabile nel quale le ragioni della scienza e della letteratura (sia pure beat, sia pure lontana da canoni tradizionali) vengono meno e cedono il posto all’incomprensione.

    Al di là di questo molte altre differenze si trovano nell’esiguità dei personaggi del film rapportata al numeroso squadrone di caratteri (ing) mobilitato dallo scrittore oulipién francese (no, non è lo stesso che dire Bohemién); o, ancora, è diversissimo il contesto socioculturale e storico delle opere poiché il film è ambientato in un tempo non-tempo non legato direttamente alla storia, ma che si comprende essere presente o al massimo passato prossimo, mentre il libro spazia dal medioevo ai giorni della rivoluzione[3].

    Entrambe le opere però mi sembravano importanti perché danno conto di un modo nuovo di fare arte, un modo ormai forse dimenticato, ma che essendo stato non potrà mai più non essere. E oltre a motivazioni per così dire strutturali, entrambe le opere sono una figura[4] di ciò che il mondo contemporaneo sarebbe diventato.

    Se abbinate al Processo Kafkiano o forse ancor meglio ad America dello stesso o al Dostoevskij di delitto e Castigo o delle Notti Bianche o ancora alle immagini della metropoli tentacolare che ci furono date dal genio baudelairiano, queste due opere fondamentali della modernità da me brevemente spiegate divengono davvero una metafora della situazione del Dasein contemporaneo sempre più disperato e agito, alienato alla Cosa ( e si intenda con Cosa il mondo[5]); o non sarebbe meglio dire che esse sono una metonimia (ma per assenza, nel senso che con il loro esistere mostrano la parte che manca) della nostra esistenza?

     



    [1] Interessante forse il fatto che Zona era anche il nome dato alla Germania dell’Est dagli intellettuali della Germania occidentale.

    [2] Riferendomi piuttosto al senso antico del termine, legato agli oracoli alle pizie ecc

    [3] Non confondiamoci… La Rivoluzione è quella del 1789 in Francia non quella del 1917 in Russia.

    [4] Per il significato rimanderei ad Auerbach.

    [5] Cioè la totalità delle esperienze e degli oggetti che circondano l’uomo dall’inizio alla fine della vita.

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