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3月1日 Show must go on...Finalmente torno, dopo tanto tempo, liberamente a poter scrivere. Liberamente perchè libero dagli impegni che mi hanno tenuto lontano dal blog per tutto questo tempo. ECCO IL ROMANZO: “Riesci a capire in quale situazione mi trovo?” disse Jean fissandola negli occhi con sguardo carico di tristezza. “Capisco, ma non posso aiutarti, posso offrirti qualcosa da bere e tenerti compagnia fino a domattina, ma di più non posso fare” rispose la sconosciuta. “Perdona la mia maleducazione, ma non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Jean.” “Piacere. Lucy, diminutivo di Lucilla, ma tutti quanti mi chiamano così” “Lucy…che nome strano.” pensava Jean mentre lei ordinava due scotch. “Ripetimi tutto da capo, così posso farmi un’idea della situazione” disse Lucy. “Stasera, verso le nove sono uscito di casa per andare al Dorsia, lo conosci?” cominciò Jean. “Si, vai avanti” “E come mai lo conosci?” “Non lo so, è importante in questo momento.” “Credo di no.” “E quindi?” chiese Lucy “Niente… Dovevo incontrare una ragazza. Ho preso l’autobus, ma dopo circa quattro fermate si è rotto il motore. Non puoi capire il panico dei pochi che si trovavano con me in quel momento: sembrava che l’autobus avesse preso fuoco, che ci avessero colpito con una bomba tanto fumo c’era in cabina. Visto che non c’era verso di continuare sono sceso pensando di essere ormai vicino al locale, ma intorno a me ho visto solo insegne di negozi e bar cinesi. Ero nel cuore di chinatown, arrivatoci con una linea che avrebbe dovuto portarmi da tutt’altra parte.” “Quale linea?” lo interruppe lei. “Perché? E’ importante?” “Senti, vuoi che ti ascolti si, o no?” Lucy era alterata in quel momento. “Ok ok… La 94, quella che porta ai quartieri alti, alla piazza della borsa, insomma che porta in tutti i posti meno che nel quartiere cinese. Sono tornato indietro per domandare informazioni all’autista, volevo almeno sapere il perché di una simile deviazione, ma l’autobus sembrava essersi volatilizzato dopo non più di tre minuti.” Il locale dove si trovava Jean era molto simile a quelli raffigurati nelle stampe di fine ottocento o di inizio novecento, con i tavolini in marmo, le tende colorate, gli arazzi sui muri, e anche la ragazza che parlava con lui sembrava la regina di un boudoir francese, una soubrette del Moulin Rouge nei tempi di massimo splendore. Queste non erano le uniche stranezze delle quali il protagonista di questa storia non si era accorto: lo scotch che stava bevendo era un liquore scozzese di inizio novecento, il quale sarebbe stato servito decisamente meglio e con più riguardo se l’avesse ordinato ai giorni nostri; ma lui pensava di essere in quello che aveva sempre definito: il “mio presente”, in quello che pensava essere il suo mondo. “Ma la mia avventura era appena cominciata e ancora non me ne rendevo conto” continuò Jean, “dopo essere stato sul luogo dell’incidente senza aver trovato nulla, decisi di proseguire per gli stretti vicoli illuminati da rosse lanterne di carta in cerca di qualcuno a cui chiedere un’informazione. Il riverbero color porpora sulla strada bagnata dall’umidità e dalla sporcizia mi ricordava le strade di New York nelle quali lenta, impercettibile, si muoveva la follia di un taxi giallo nella notte…” “Dunque sei un poeta?” chiese lei sarcastica. “Perché?” rispose Jean con la naturalezza di un bambino. “Questa aveva tutta l’aria di essere una citazione.” “No, era solo cinema” “Prego?” “Immagino tu conosca il cinema” “Si, e allora?” “Allora quella era una citazione di un film, o meglio quello che io ho intuito da un film” “Un film?” “Si, hai presente un film?” “Certo. Ho letto qualcosa in un romanzo, parlava di un produttore, di una stufa e di un nichelino. Un bel romanzo, ben costruito.” “C’erano dei fuochi?” “In realtà solo nel titolo, forse…” “E’ sufficiente” “Per cosa?” “Per il cinema?” “Ma cosa c’entra il cinema?” “Niente.” “Taxi Driver. Ecco qual era il film.” Disse Lucy. “Potrebbe essere.” “Potrebbe. Prosegui.” “Non pensavo di incontrare un mio connazionale, ma per lo meno qualcuno che parlasse la mia lingua. Sembrava un’impresa disperata; tutti i cinesi con i quali avevo cercato di parlare avevano risposto nella loro lingua incomprensibile. E non era l’unica stranezza: intorno non c’erano macchine, taxi o autobus, ma solo biciclette e carretti trainati a mano. Istintivamente mi trovai a pensare di essere tornato indietro nel tempo di qualche decennio e di essere all’inizio del novecento, forse anche prima.” “Direi che è l’ipotesi più assurda che potessi fare” disse Lucy. Si prese una pausa per sorseggiare il liquore color terra bruciata che gli stava davanti e non appena lo portò alle labbra un ricordo dolceamaro gli sovvenne, come a volte accade per le onde del pensiero, che peregrine vagano nei reconditi spazi della memoria per riaffiorare come dolce spuma di battima, o come una tempesta pronta a sconvolgere tutto il creato. Il ricordo in questione era una vera e propria burrasca di sentimenti. La memoria di Jean fece un salto a ritroso nel tempo fino ai suoi ventunanni. Aveva appena conosciuto una ragazza e se ne era innamorato perdutamente, come a volte succede a quell’età, ma l’aveva lasciata andare via dalla sua vita senza dirle quelle fatidiche due parole che spesso rimangono dentro il nostro cuore: ti amo. Parole semplici, concise, eppure così difficili da pronunciare. Ricordava ora quella sera nella quale quasi fu sua e il sapore dello scotch era uguale a quello che aveva bevuto per darsi coraggio poco prima di andare da lei e ora quel sapore, per una sorta di associazione olfattiva, gli ricordava il suo profumo. L’avrebbe riconosciuto ovunque, per lui era il profumo della libertà proibita, del dolore accresciutosi perché negato. Il profumo dell’estate e della notte, della vita e della morte sfiorata quasi per gioco o per incanto. Il profumo della malinconia e del ricordo. Il profumo più lontano e nascosto nella memoria, ma quello che ricordava meglio, l’unico che ricordasse tra i tanti usati dalle donne che aveva avuto. Ma come tutti i ricordi riaffiorati per caso, sempre per caso ritornò nel non - luogo della memoria e il presente ritornò a farsi crudele. Mentre aveva abbassato gli occhi, Lucy si era allontanata, probabilmente era stanca di stare a sentirlo, pensava, invece dopo qualche istante ritornò. “Scusami, sono andata in bagno, ho provato a dirtelo, ma sembravi assorto in una grande riflessione e non volevo disturbarti. Ora puoi finire il tuo racconto se vuoi.”disse Lucy. “Con piacere” cominciò, ma i suoi occhi narravano tutta la stanchezza di quella notte, e non solo. “Siccome non c’era verso di trovare qualcuno a cui chiedere informazioni, decisi di incamminarmi verso nord, perché sapevo che casa mia si trovava a nord rispetto al quartiere cinese, sempre ammesso che si trattasse di quello. I miei timori si rivelarono fondati poco dopo. Stavo camminando da circa mezz’ora, quando ad un tratto scorsi in lontananza un cartello. Mi precipitai su di esso come un assetato verso una risorgiva, e puoi immaginare il mio sconcerto quando mi accorsi che il cartello era scritto in ideogrammi che recavano sotto la traduzione, la quale scandiva a chiare lettere: Pechino, centro città. Dovevo aver preso un autobus davvero veloce se mi aveva portato a migliaia di chilometri di distanza da dove vivevo in pochi minuti, non credi?” “Credo” rispose la ragazza, ma con poca convinzione, come se stesse assecondando un folle. Jean cercò di non dare peso a questa sensazione. Non era facile conversare amabilmente con qualcuno e fingere che non stesse succedendo nulla nel mondo. E se fosse stata la terza guerra? La guerra globale? La guerra finale? “Che cosa pensi, comunque, di tutto quello che sta succedendo?” chiese Jean cercando di cambiare discorso, almeno per un momento. “A che proposito?” rispose Lucy. Jean si limitò ad indicare il televisore nel quale su uno sfondo verde dato da una lente ad infrarossi brillavano piccole luci, simili a lanterne nella nebbia, simili ai fanali delle auto su un’ autostrada di notte. “Non lo so, ho smesso di pensare a certe cose, sinceramente” “E non hai paura?” “E di cosa dovrei aver paura? La guerra non arriverà mai qui.” “Eppure è già successo” “Ma erano altri tempi” “I tempi sono sempre uguali, gli uomini sono sempre uguali Lucy” “Questo è certo; diciamo che spero che la guerra non arrivi mai qui.” “Eppure non siamo poi così distanti” disse Jean. Istintivamente Lucy guardò fuori dalla finestra e il consueto scenario che era solita vedere scomparve immediatamente. Al suo posto c’erano delle dune desertiche. Lucy non seppe mai perché si trovò a riflettere su come avesse dimenticato molte cose da quando era diventata quello che era diventata, per scelta sua per giunta. “Quanti ricordi perduti…” pensava, “quella bellissima casa sul mare…Come si chiamava il posto?” Non lo ricordava, né l’avrebbe ricordato mai, eppure i profumi, le sensazioni, i colori erano nitidi nella sua mente, tutto ciò componeva il quadro di un luogo più precisamente di quanto una fotografia avrebbe potuto fare, meglio di come l’avrebbero raccontato mille scrittori. Oltre le dune c’erano delle luminescenze strane, dei bagliori biancastri e cominciò a sentire come un rumore sommesso di morte, un rumore di una frana lontana, di una catastrofe imminente, il sibilo incredibile di una fine ovattata e ne ebbe paura. Guardò Jean in volto e capì che anche lui aveva avuto la medesima visione. “Ho paura Jean…” “Anche io. Non possiamo che sperare che tutto questo sia veloce e indolore, almeno per noi” “Sì, ma pensa le popolazioni che ora vivono sotto le bombe, tra i militari, attorniati dalla morte…” “Ci penso, ma… Ma a che serve pensarci? Non possiamo cambiare le cose, almeno non credo. Almeno prima, e intendo fino a qualche anno fa, prima che crollasse quel muro, gli schieramenti erano due, si controllavano a vicenda, non credi?” chiese Jean. “Abbastanza. Ora comunque nessuno controlla nessuno, è tutto allo sbando, ognuno fa ciò che vuole quando vuole, soprattutto uno dei due. Il più potente” disse Lucy. “Il più potente, certo, senza ombra di dubbio.” concluse Jean e disse: “devo andare in bagno” e si alzò. 评论 (1)
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